“Quando mio nonno era piccolo, nessun bambino sulla faccia della terra aveva mai ricevuto una diagnosi di autismo”. Questo non vuole certo dire che non esistevano persone autistiche…solo che nessuno aveva mai osservato e classificato quei comportamenti che oggi determinano tale diagnosi. Risale a circa 80 anni fa la prima “diagnosi di autismo infantile”.
Correva l’anno 1943 quando Leo Kanner, uno psichiatra austriaco emigrato in America formulò la prima teoria sull’autismo, dall’osservazione di 11 bambini che avevano comportamenti ripetitivi e grandi deficit comunicativi. Kanner fu il primo a parlare di “Autismo Infantile Precoce” e a produrre letteratura scientifica su tale condizione.

Precedentemente il termine autismo (coniato dallo psichiatra svizzero Bleuer nel 1911) indicava nei pazienti schizofrenici adulti quell’atteggiamento di “ritirarsi” nel proprio mondo (dal greco AUTÒS = SE STESSO).
Torniamo al 1944, ci sposiamo in Austria, dove un altro psichiatra Hans Asperger utilizzò per la prima volta (senza essere a conoscenza degli studi di Kanner) lo stesso termine per descrivere bambini con difficoltà di comunicazione ed interazione sociale ma con un alto livello intellettuale ed un ampio vocabolario.
Dobbiamo però aspettare il 1981 per parlare di “sindrome di Asperger”, infatti in quell’anno la psichiatra Britannica Lorna Wing, dopo aver avuto accesso agli studi in tedesco (ancora mai tradotti in inglese) del dottor Asperger formulò la definizione di diagnosi di Asperger e arrivò alla conclusione che non si può parlare di autismo (in senso stretto) ma di Spettro Autistico aprendo la strada alla concezione di autismo che abbiamo oggi.
Oggi troviamo la definizione più attuale di autismo nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – Ultima revisione DSM-5 -TR del 2022) dove si definisce il Disturbo dello Spettro dell’Autismo come un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da “compromissione persistente della comunicazione sociale reciproca e dell’interazione sociale e pattern di comportamento, interessi o attività ristretti, ripetitivi”.
I sintomi limitano o compromettono il funzionamento quotidiano in diversi ambiti e devono essere presenti durante la prima infanzia, ma è possibile che siano mascherati da strategie di compensazione apprese nel tempo o che non si manifestino finché le esigenze sociali non superano le capacità del soggetto.
Lo studio sempre più approfondito dei comportamenti dei bambini e delle persone autistiche negli anni ha dato la possibilità a molte persone di ricevere una diagnosi. Tanto e vero che negli anni le diagnosi di autismo si sono moltiplicate. L’obiettivo principale della diagnosi è quello di poter accedere fin da subito a terapie specifiche in grado di supportare gli apprendimenti. Ma su questo tema, nel nostro paese, la strada da percorrere è ancora lunga.